Margot Rossini e DarkAngel
Quando un'idea diventa immagine
Due modi diversi di immaginare, un entusiasmo difficile da contenere e la voglia di scoprire fin dove una fotografia può spingersi quando la creatività non si ferma al momento dello scatto.
Ci sono collaborazioni che cominciano con un progetto ben definito, una serie di fotografie da realizzare e un risultato già abbastanza chiaro nella mente.
E poi ci sono quelle in cui sai da dove parti, ma non hai la minima idea di dove finirai.
Lavorare con Margot Rossini appartiene decisamente alla seconda categoria.
Margot ha un'immaginazione che difficilmente riesce a stare ferma. Un'idea ne richiama un'altra, un particolare apre nuove possibilità e quello che inizialmente sembrava un progetto già ambizioso finisce per diventare qualcosa di ancora più grande.
Io, generalmente, sono quello che cerca di riportare tutto su un terreno concreto. Penso alla luce, alle inquadrature, alle difficoltà pratiche, a quello che possiamo realmente ottenere con la macchina fotografica.
Ma c'è un problema.
L'entusiasmo di Margot è contagioso.
E così, mentre una parte di me continua a ragionare sulle difficoltà, l'altra ha già cominciato a chiedersi come superarle.
DarkAngel è nata dall'immaginazione di Margot. È lei che ha pensato al personaggio, alla sua identità e a ciò che avrebbe dovuto rappresentare.
Il mio compito era trovare il modo di fotografarlo, senza tradire quell'idea.
Ma una volta cominciato a lavorare, i confini tra i nostri contributi sono diventati sempre meno rigidi. Le idee passavano dall'uno all'altra, si trasformavano, si arricchivano di particolari che magari nessuno dei due aveva previsto.
E soprattutto non finivano quando smettevamo di fotografare.
Perché con DarkAngel è successa una cosa che racconta bene il nostro modo di lavorare: non abbiamo lasciato decantare le immagini.
Dalla macchina fotografica siamo passati quasi immediatamente al computer.
Eravamo ancora immersi nell'atmosfera dello shooting, con le idee che continuavano ad arrivare e la curiosità di vedere che cosa sarebbe potuto nascere da quelle fotografie.
Abbiamo cominciato a immaginare ambientazioni, luci, atmosfere. Una galleria poteva trasformarsi in uno scenario inquietante, una strada diventare il luogo di un'avventura, un semplice gesto acquistare un significato completamente diverso.
Ogni immagine apriva una possibilità.
E ogni possibilità ne suggeriva un'altra.
Non si trattava soltanto di aggiungere qualcosa a una fotografia. Cercavamo di costruire un mondo nel quale DarkAngel potesse esistere, mantenendo intatta l'identità che Margot le aveva dato.
A volte ero io a proporre una direzione, altre volte era lei a suggerire una soluzione o a chiedere qualcosa di diverso.
E poi c'erano quei momenti in cui bastava guardarci davanti allo schermo per capire che avevamo trovato qualcosa che funzionava.
Non tutto nasceva da un progetto preciso. Molto prendeva forma mentre lavoravamo, lasciando che un'immagine ci suggerisse la successiva.
È questo che mi piace della nostra collaborazione.
Non siamo due persone che eseguono semplicemente una serie di operazioni già stabilite. Ci confrontiamo, ci lasciamo coinvolgere, qualche volta probabilmente ci complichiamo anche la vita.
Ma continuiamo a cercare.
E se c'è una cosa che DarkAngel mi ha insegnato, è che una collaborazione creativa non significa necessariamente avere le stesse idee o affrontare un progetto nello stesso modo.
Significa riuscire a far incontrare due sguardi differenti senza che uno debba rinunciare alla propria identità.
Margot ha immaginato DarkAngel.
Io l'ho fotografata.
E insieme abbiamo cominciato a costruire i mondi nei quali farla vivere.
Forse è proprio questa la parte più bella del nostro lavoro: nessuno dei due avrebbe potuto prevedere, all'inizio, tutte le strade che quelle fotografie ci avrebbero fatto percorrere.
E la sensazione è che non abbiamo ancora finito di esplorarle.
🤝 Una riflessione
Quando si parla di fotografia, si tende spesso a pensare al fotografo come all'unico autore dell'immagine. A colui che sceglie la luce, decide l'inquadratura e preme il pulsante di scatto.
Ma ci sono fotografie che non potrebbero esistere senza tutto quello che accade prima, durante e dopo quel momento.
Senza un'idea condivisa, una proposta apparentemente impossibile, una discussione davanti a uno schermo. Senza qualcuno che ti spinga a cercare una soluzione quando tu stesso cominci a dubitare che esista.
Lavorare con Margot mi ha ricordato quanto possa essere stimolante lasciare che un'altra persona entri nel proprio processo creativo. Non per rinunciare al proprio modo di vedere, ma per scoprire possibilità che, da soli, forse non avremmo nemmeno immaginato.
Perché collaborare non significa essere sempre d'accordo, né avere necessariamente la stessa visione. Significa ascoltarsi, confrontarsi, qualche volta mettere in discussione le proprie certezze e continuare a cercare qualcosa che soddisfi entrambi.
E soprattutto significa riconoscere che il risultato non appartiene soltanto a chi ha avuto l'idea o a chi ha realizzato lo scatto, ma anche a quello spazio creativo che si è costruito tra loro.
DarkAngel è nata dall'immaginazione di Margot, ha preso forma davanti al mio obiettivo e ha trovato i suoi mondi attraverso il nostro lavoro insieme.
E forse la cosa più bella di questa collaborazione è proprio questa: sapere che, alla fine, in ogni immagine c'è qualcosa di entrambi.
Anche quando nessuno dei due avrebbe saputo immaginarla così, all'inizio. 🖤